Foglie d’erba di Walt Whitman

 

 Foglie d' erba di Walt Whitman

Ci sono due grandi poeti del diciannovesimo secolo che hanno inaugurato la strada della sensibilità moderna. Il primo, inarrivabile, è Charles Baudelaire: l’albatros, il vino, il viaggio, l’immortale e il corrotto. L’avreste potuto trovare in un locale notturno del Quartiere Latino in compagnia di grandi pensatori, puttane e folletti di vetro, a parlare con straordinaria eloquenza ebbra di mille anni di ricordi letterari. Il secondo personaggio è più nascosto, appartato. L’avreste potuto trovare sdraiato in riva al mare a Long Island a leggere la Bibbia in compagnia del suo cappello di paglia e della sua camicia sgualcita. E’ Walt Whitman: tipografo, maestro elementare, giornalista freelance e poeta autodidatta. Con le figure di questi due grandi uomini si descrive perfettamente la differenza tra due mondi: l’Europa, vecchia, ricca, sfarzosa e complessa; e il Mondo Nuovo, così semplice, così naif, così ancora periferia in attesa di essere ulteriormente corrotto dall’ego d’oltreoceano. Questi due grandi autori, i quali rappresentano magnificamente i loro mondi, sono accomunati da un ingrato compito, quello di pugnalare millenni di lirica poetica e di portare la vita, la vita corrotta, nelle loro pagine. E’ questa sublime indecenza che li tiene uniti, dalla locanda al campo. La poetica di Baudelaire, deriva infatti da Poe, sviluppa ed eleva la sensibilità romantica. Quella dello “zio Walt” è una forza ariosa, un canto di energia libera, che glorifica il presente, la realtà nei suoi aspetti, ora minimi, un filo d’erba, ora solenni, un eroe che cade. Il Tempo della lirica classico diventa vivo, pulsante, ed ha come contenuto principale l’Io stesso che, attraverso la fluidità dei versi, si spande nell’universo. Questo respiro vitale che si innalza verso il cielo non è altro che “il mio barbarico YAWP che risuona sopra i tetti del mondo”.

“Farò i poemi della materia, poiché credo che siano i più spirituali poemi, e farò i poemi del mio corpo e della mortalità, poiché credo che così otterrò i poemi dell’immortalità e dell’anima”.

E così mentre in Europa si configurano figure precise di poeti ufficiali (Victor Hugo), oppure di poeti maledetti (Verlaine e Rimbaud), in America Whitman si può permettere di restare tutta la vita un celebratore ufficioso, un profeta abusivo che nel Vecchio mondo non avrebbe mai potuto trovare il suo spazio. Per la sua visione metaforica delle cose, tutto è divino, ed il poeta è colui che trasporta la divinità al di fuori di se stessa. Ma questo simbolismo non implica certo una sorta di rispetto sacrale nella forma, al contrario, non c’è poeta che più di lui (forse solo Thomas un secolo più tardi) sia attratto dai particolari della terrestrità, d’altra parte che ci possiamo aspettare da un uomo che si definisce:

“Walt Whitman, un cosmo, di Manhattan il figlio, turbolento, carnale, sensuale, che mangia, beve e procrea”.

Ma nella poetica whitmaniana non si possono mettere da parte gli aspetti biografici: l’infanzia difficile, la salute precaria e, soprattutto, le difficoltà ad inserirsi in una società che frena la sua divulgante passionalità, che ben presto si trasforma in una sessualità maldestramente repressa. Nonostante tutti questi “problemi sociali”, viene principalmente ricordato come il poeta della democrazia. Ciò che rende straordinario e commovente questo autore e lo slancio quasi infantile che lo spinge a dedicarsi anima e corpo al suo prossimo. L’elogio della democrazia in Whitman non rientra in un discorso politico, o almeno non solo. La democrazia non è Abramo Lincoln (il Capitano), è il “Me myself” che lo spinge ad arruolarsi come infermiere volontario allo scoppio della guerra. In fin dei conti la libertà è quella (così come in Thoreau) di un nuovo accordo con la natura, di un’ora per la pazzia e per la gioia, di un angoscioso desiderio:

“Io sono colui che ha un angoscioso desiderio d’amore; gravita la terra? La materia non attira bramandola tutta la materia? Così il mio corpo verso tutti quelli che incontro o conosco”.

Quando Whitman parla di democrazia è probabile quindi che faccia confluire in essa la sua concezione di natura e di desiderio: quindi avremo, da una parte, la dimensione storica ed eroica (la morte di Lincoln), e dall’altra, quella panica ed erotica.

“Avere ciascuno di noi la bocca libera dal bavaglio. Sentire oggi ed ogni giorno che io basto come sono. Oh qualcosa di mai provato! Qualcosa di simile all’estasi! Sfuggire del tutto ad ogni cosa e a ogni presa! Andare libero! Amare libero! Precipitarsi incauto, pericoloso! Corteggiare la distruzione con sarcasmi, con inviti! Ascendere, saltare verso i cieli dell’amore indicati a me! Salire sin lassù con la mia anima inebriata! Perdermi se così deve essere! NUTRIRE IL RESTO DELLA MIA VITA CON UN’ORA DI PIENEZZA E LIBERTA’! CON UN’ORA BREVE DI PAZZIA E GIOIA!”

Tutto questo, e altre infinite sfumature di presente, è “Foglie d’erba”. E’ la risposta ad una domanda sul senso della vita.

“Che tu sei qui. Che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua e tu puoi contribuirvi con un verso”.

 

Alessio Lembo

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