Il piccolo principe di Antoine de Saint-exupéry

Nel bagaglio culturale di ognuno, a prescindere dal suo cursus studiorum, dall’impostazione dei propri interessi letterari o dalle finalità che persegue, a mio parere, non dovrebbero mai mancare le fiabe, in particolare quelle del ‘900. Nelle fiabe popolari della tradizione, si trova la rappresentazione di psicologie elementari, elementi del folklore locale, la focalizzazione sui desideri  umani primari, e tutto precipita verso un lieto fine che tende a rassicurarci. Nelle fiabe del ‘900 c’è qualcosa in più. Tralasciando la sostanziale diversità di scenari e situazioni presentate, una diversa sensibilità caratterizza i personaggi; il genere di sensibilità che trova spazio e affiora solo quando i desideri primari sono stati appagati, e da qui emerge già una prima verità: non si può fare filosofia a stomaco vuoto.Tra le fiabe che andrebbero analizzate, dal Meraviglioso Mago di Oz passando per Peter Pan per fare un giro con Alice nel Paese delle Meraviglie attraverso Le avventure di Tom Sawyer per giungere al capolavoro di Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari, senza dimenticare il diario Cuore né Piccole donne della Alcott, quella che a distanza di anni ancora mi stuzzica la riflessione è Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry.Un libro che, secondo me, tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita, per confrontarsi con se stessi, per ritrovarsi. Alcuni lo definiscono, con l’intento di sminuirlo, un libro per ‘bambini’, e non hanno idea del complimento che gli fanno. E’ una sorta di autobiografia universale. Con questo, non intendo dire che l’infanzia sia un pentolone e che tutti bambini mangino la stessa minestra: tutti siamo stati un “Piccolo Principe”, ma ognuno aveva la sua rosa.  La rosa è il vero punto fermo nella metafora del viaggio, e paradossalmente è ciò che lo mette in moto, punto di partenza e d’arrivo della storia, rappresenta ciò che ci affascina e ci spaventa insieme, e che quindi ci inquieta. E il Piccolo Principe si convince che per trovare questa quiete, questa tranquillità, egli debba uscire dal suo mondo e provare a dimenticare ciò che ne fa parte, intuendo che è necessario perdersi per ritrovarsi. Così passa di porto in porto senza mai approdare. Il fatto è che gli uomini sugli altri pianeti che egli visita, avevano adottato un ragionamento a circolo vizioso. L’ubriacone, per esempio, beveva per dimenticare che si vergognava di bere; il re che per esistere aveva
bisogno di comandare, poco importa se sul suo pianeta non c’era che lui; il vanitoso che si accorgeva degli altri soltanto se si dichiaravano suoi ammiratori, l’uomo d’affari che passava il suo tempo a contare le stelle, perché credeva che contandole gli sarebbero appartenute, e siccome sono piccole e gialle come l’oro, credeva che possederne tante significasse essere ricco e poterne comprare delle altre per poi contarle di nuovo; il geografo che basava il suo lavoro sulle ricerche degli esploratori, ma che non avendo nessun esploratore sotto mano si crogiolava nell’ignoranza. E la satira (che è per definizione un sorriso amaro) di questi porti, è allo stesso tempo essenziale e accurata. Ma durante tutto il suo viaggio, il pensiero della rosa non sparirà mai. “Qualche volta il Piccolo Principe avrebbe voluto dimenticarla […] A sei anni un bambino sa bene cos’è la solitudine. Era per cercare una consolazione alla solitudine che il Piccolo Principe quando era sulla sua stella contemplava i suoi quarantatré tramonti, ed era per alleviare la solitudine della rosa, che continuava a pensare a lei, anche da lontano.” Alla fine, egli troverà la tanto cercata quiete, respiro al suo affanno. Tornerà a casa sua, alla cura della sua rosa. Non importa sotto quale forma, l’importante è tornare. E’ per questo che lascia sulla Terra il suo corpo: era un involucro pesante. “Sembrerò morto e non sarà vero” dirà all’amico aviatore conosciuto nel Sahara. Ecco la grandezza di questo libro e del suo autore: l’essenzialità. Non ci sono fronzoli, non ci sono nomi, le descrizioni sono ridotte all’osso, e presenti soltanto laddove essenziali ai fini della storia,  in modo che ognuno possa riconoscervisi. E’ come tracciare la bozza di un disegno, l’impalcatura di un edificio: è il lettore a completarlo veramente, adattandolo e adattandovisi; è come se Saint-Exupéry, scrivendo per se stesso, come tutti i grandi autori, avesse in realtà scritto per ciascuno e per nessuno.

Fiorenza Manzo

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...